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CLARA MOSCHINI

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Il vino è in "crisi strutturale"

Lo sostiene Confcooperative: le cause sono aumento dei costi, calo dell'export e credito


Un sentiero stretto, dal quale uscire in fretta. È quello che sta attraversando il comparto vitivinicolo italiano, chiamato a confrontarsi con diversi fattori di criticità che continuano a minare la competitività delle imprese e che rischiano alla lunga di avere impatti anche sull’indotto del settore. “Il problema numero uno si chiama costo del denaro a cui si aggiunge l’impennata dei costi delle materie prime che non registra ancora riduzioni consistenti”, spiega Luca Rigotti, presidente del settore Vino di Confcooperative.

“Sui bilanci delle aziende -sottolinea Rigotti- pesano ancora l’onda lunga dell’incremento dei costi produttivi, ai quali si sommano gli effetti inflazionistici e soprattutto l’innalzamento del costo del denaro che sta impattando pesantemente anche sulla capacità di spesa delle famiglie, un fattore che si ripercuote negativamente pure sul consumo del vino”. 

Lo scenario di difficoltà che sta attraversando il vino rappresenta per il presidente del settore Vino di Confcooperative “una crisi strutturale, non congiunturale, con impatti differenti su prodotti e aree di produzione. A pesare sono anche i cambiamenti climatici che rendono sempre più difficile fare viticoltura”. Quali sono gli elementi di scenario con cui le aziende si trovano a fare i conti è il tema di uno studio del Censis intitolato “Il vino italiano si confronta con una non facile congiuntura”. Vediamoli più in dettaglio.

Costi delle materie prime

Gli effetti della impennata dei costi delle materie prime sono ancora evidenti sui bilanci delle aziende vitivinicole. La crisi della logistica mondiale, dopo il forte rimbalzo delle attività economiche e a seguito della rimozione delle restrizioni ai movimenti di merci e persone imposte dalla pandemia, ha creato forti ritardi nella fornitura di materie prime e semi lavorati, determinando un’impennata dei prezzi di molti prodotti. Fra il 2020 e il 2023, ad esempio, gli imballaggi di legno per il settore del vino sono lievitati del 28,2%, il sughero del 14,8%, gli imballaggi di carta del 31,7%; questi ultimi, insieme agli imballaggi di legno, hanno avviato una riduzione del prezzo fra il 2022 e il 2023. Il vetro e, quindi, le bottiglie, hanno, invece, seguito una tendenza crescente a partire dal 2021: +20,4% fra il 2021 e il 2022, +25,3% fra il 2022 e il 2023. A consuntivo degli ultimi quattro anni, l’aumento del prezzo del vetro ha superato il 50%.

Rallentamento dell’export e crisi del canale di Suez

La domanda estera rappresenta una grande leva per il comparto del vino italiano. Negli ultimi anni, l’acquisto di vini italiani dei paesi esteri ha sempre mantenuto un segno positivo: se si guarda alla variazione totale dell’export fra il 2022 e il 2023, pari allo 0,8% in meno e corrispondente a circa 64 milioni di Euro, si coglie solo una parte dell’impatto che si è concretizzato fra un anno e l’altro. Fra il 2019 e il 2023, per esempio, l’incremento del valore esportato è stato del 20,8%. Su un più lungo periodo, 2013-2023, la crescita è stata nientemeno che del 54,2%. Solo nell’ultimo anno si registra un segno negativo, comunque inferiore al punto percentuale (-0,8%, come abbiamo detto). Rispetto al totale dei vini esportati, i frizzanti e gli spumanti si mantengono su una traiettoria di crescita (rispettivamente il 7,5% e il 3,3%), mentre perdono terreno i Dop e gli Igp (-0,6%), i comuni e varietali (vini senza Dop o Igp designati con il nome del vitigno, -2,5%), i vini fermi (-3,2%).

Negli ultimi mesi si è profilato uno scenario più critico per l’export italiano in genere e per l’export di vino in particolare. Se si osserva l’andamento della domanda di vino per aree di destinazione, fra il 2022 e il 2023 soltanto in Europa si riscontra un tasso di crescita positivo, che raggiunge il 3,6%. In tutte le altre aree il segno resta negativo: -9,7% per quanto riguarda l’Africa, -6% per l’intero continente americano, settentrionale e centromeridionale, ed è intorno al 12% la riduzione del valore in Asia e in Oceania. 

Fra il 2019 e il 2023, all’incremento dell’export verso l’Europa, pari al 25%, si associa un forte aumento del valore esportato in Africa (51,6%, sebbene su basi quantitative modeste), nelle Americhe (+15,4%), in Asia (+9,6%) e in Oceania (+11,7%). Complessivamente, nei cinque anni considerati il valore del vino esportato è cresciuto del 20,8%. Osservando i dati dal punto di vista del potenziale di copertura dei mercati e di nuove opportunità da cogliere o di situazioni da consolidare in altre aree del mondo, non è difficile scorgere una recente deriva negativa proprio su quelle destinazioni che stavano acquistando una dimensione interessante. 

Gli ultimi mesi del 2023 sono stati contrassegnati da gravi eventi di natura terroristica che hanno coinvolto il traporto commerciale via mare, nelle tratte basate sul passaggio del Mar Rosso e del Canale di Suez. Lo scenario incerto che si è venuto a creare nell’area mediorientale ha avuto un immediato contraccolpo sui costi e i tempi del trasporto, frenando la domanda di merci nel traffico fra Occidente e Oriente, costringendo alla revisione delle rotte e obbligando alla traversata attraverso il Capo di Buona Speranza. 

Il settore del vino e le sue esportazioni, non sono rimasti al riparo da questi eventi, e il dettaglio di ciò che è avvenuto in alcuni paesi conferma la perdita di spazi di mercato di recente conquista. Il Vietnam, ad esempio, è passato dai 12 milioni di euro di vino acquistato nel 2019 ai 25 milioni del 2022, per poi ridurre a 16 milioni l’acquisto nel corso del 2023 (-33,9%). La Corea del Sud era passata da una domanda di 33 milioni del 2019 ai 76 milioni del 2022; nel 2023 l’importo è sceso a 51 milioni (-32,5%). Un andamento analogo si ritrova per gli acquisti della Thailandia: 11 milioni nel 2019, 24 milioni nel 2022, 18 milioni nel 2023 (con una riduzione sull’anno precedente pari al 24,6%). Anche l’Australia ha ridotto la spesa in vino italiano: pur passando da 63 milioni di vino acquistato nel 2019 agli attuali 73, nei fatti fra il 2022 e il 2023 si è registrato un decremento di oltre di 9 milioni (-11,2%).

Credito

Secondo i dati dell’Abi, il tasso praticato in Italia alle imprese per prestiti fino a un milione di Euro è passato dall’1,75% del dicembre 2021 al 5,72% del dicembre 2023. Nel caso dei prestiti superiori al milione di Euro, dal tasso dello 0,89% del dicembre 2021 si è passati al 5,28% di due anni più tardi. Nel confronto con la media dei paesi dell’Area euro, le condizioni praticate in Italia risultano più restrittive in entrambe le categorie di prestiti presi in esame. Nell’ultima Congiuntura agroalimentare di Ismea relativa al IV trimestre del 2023, è emerso che il 30% degli operatori dell’industria alimentare ha richiesto e ottenuto nell’ultimo anno un prestito dalle banche, mentre il 64% ha dichiarato di non averne fatto richiesta e il 3% si è visto rifiutare la richiesta o ha rinunciato per le condizioni proibitive proposte. 

Tra quelli che hanno ottenuto un credito, la maggior parte degli operatori (57%) si è rivolto alla banca per un finanziamento a medio-lungo termine (oltre 18 mesi), soprattutto per l’acquisto di macchinari e attrezzature (per il 40%) e per la costruzione o ristrutturazione di fabbricati e/o impianti (24%). Rispetto alle condizioni di accesso al credito, il 44% delle imprese dell’industria alimentare ritiene ci sia stato un peggioramento fra il 2022 e il 2023, dovuto prevalentemente agli elevati costi associati alle richieste di credito bancario. 

Fc - 39787

EFA News - European Food Agency
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